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Gian Carlo Scotuzzi detto Scot
28 luglio 2008
   
 
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PRIORITÀ PASTORALI

Il papa si duole per gl’italiani che non vanno in ferie.
Io per una giustizia medievale che marchia a vita mio figlio

di Lettera firmata

Sono madre di Roberto, 22 anni, detenuto. Scrivo madre e non mamma perché qui m’impongo di prescindere dalla mia componente affettiva di genitrice per limitarmi al mio ruolo di educatrice e dunque di cittadina a duplice titolo: di membro consapevole e produttivo della società e di riproduttrice.
Roberto è in carcere da tre mesi e ne uscirà fra due. Si trova in una cella costruita dai muratori di Benito Mussolini per ospitare due detenuti, considerando il livello delle esigenze igienico-sociali-abitative degli anni Venti del secolo scorso, quando persino i ricchi col bagno si lavavano completamente soltanto il sabato. Sono passati quasi 90 anni, le esigenze dell’umanità occidentale, dunque anche dei detenuti, sono cresciute. Anche la concezione del carcere e la sensibilità del popolo perbene nei confronti di coloro che sono giudicati permale dovr’ebbessere aumentata. Ma Roberto è in carcere con altri cinque detenuti. Totale: sei carcerati dove, secondo la concezione carceraria del fascismo anni Venti, non ce ne stanno più di due.
Mio figlio è stato arrestato al volante di un’auto rubata. L’aveva rubata per portarla a un carrozziere-ricettatore che lo avrebbe compensato con 150 euro. L’ha rubata verso l’una di notte. Poche ore prima, a cena, mi aveva detto: «Mamma, non preoccuparti per la riparazione della caldaietta. Stasera devo vedere un amico per il quale ho fatto un lavoro e che mi deve pagare.»
Due anni prima Roberto, che da tre non trovava lavoro, mi aveva dato 500 euro perché potessi rivolgermi a un dentista privato per avere quelle cure che in una società civile dovrebbe offrirmi la sanità pubblica ma che la sanità dello Stato italiano mi nega. Solo in seguito ho appreso che quei 500 euro erano il compenso per le auto portate al solito carrozziere.
Quando hanno arrestato Roberto la prima volta, un anno fa, abbiamo dovuto ipotecare il nostro modesto alloggio per pagare l’avvocato, perché sono vedova e l’unica a portare a casa un salario, di insegnante, e risparmi non ce ne sono.
Al secondo arresto abbiamo chiesto un nuovo prestito alla banca, che però ha ridotto a un terzo la cifra che ci aveva chiesto l’avvocato per «evitare il carcere a Roberto». Siamo stati costretti a ripiegare su un avvocato che si contentasse di un terzo della parcella del primo e così Roberto è stato incarcerato. Questo meccanismo, che rapporta la parcella alla pena e che evita il carcere, o comunque lo riduce drasticamente, a chi di soldi ne ha tanti, non mi ha sorpreso. La sera mi leggo sempre il Corriere che la preside lascia a scuola e sono informata. I detenuti famosi e ricchi, che vanno in televisione perché commettono delitti efferati, come accoltellare il figlioletto, e possono permettersi i migliori avvocati, costosi quanto dieci appartamentini come il mio, in prigione non ci vanno, o ci vanno dopo dieci anni di lungaggini, ci stanno in condizioni di privilegio e ne escono poco dopo. Invece un ladro d’auto con i soldini contati il carcere se lo fa tutto.
La legge dice che tra due mesi Roberto, scontata per intero la sua pena e «pagato il suo debito con la società», come si dice in gergo, tornerà uomo libero. Riacquisterà tutti i diritti di cittadino, se vorrà tornerà a votare, in teoria potrebbe fare anche il parlamentare, come lo fanno decine di persone condannate con sentenze definitive ma che, a differenza di Roberto, non hanno mai scontato la pena.
Però la legge che ho illustrato non viene applicata. Mio figlio resterà marchiato a vita, come accadeva alle prostitute francesi del Medioevo, la cui spalla veniva incisa con un ferro rovente, in modo che, non potendo mascherare il loro passato, non potessero più costruirsi un futuro. Condannate a vita, declinazione economica e ipocrita dell’ergastolo: lo Stato risparmia i soldi del carcere ma ottiene lo stesso risultato.
Nel Medioevo dei giorni nostri il ferro rovente è sostituito da tre strumenti moderni: il casellario giudiziario, che fa di mio figlio un pregiudicato a vita; il linciaggio da parte dei media, che hanno diffuso la notizia dell’arresto di mio figlio con un’enfasi lesiva dei diritti fondamentali dell’imputato e priva della benché minima contestualizzazione sociale e delle conseguenti attenuanti morali; infine, terzo ferro rovente, la propensione del popolino, spettatore-beneficiario di ogni linciaggio mediatico, a ritenere irredimibile chiunque sbagli.
Lo so, adesso i lettori che sanno un po’ di legge obietteranno che il casellario giudiziario non bolla a vita perché è prevista la riabilitazione totale, che lava definitivamente la fedina penale dopo un certo numero di anni. Non è vero: c’è una parte del casellario giudiziario, accessibile esclusivamente ai magistrati e alle forze dell’ordine, che resta indelebile. Significa che, per coloro che hanno il  potere di mettere le manette e di condannare al carcere, mio figlio è marchiato a vita.
Ma fra due mesi, quando Roberto uscirà dal carcere, sarà innanzitutto con il marchio inflittogli dal popolino che avrà a che fare. Chi mai darà lavoro a un ex ladro di auto, quando si può scegliere tra schiere di disoccupati con la fedina penale linda e immacolata?
Così ho chiesto aiuto al mio parroco. Ha allargato le braccia in un gesto di evangelica comprensione e mi ha detto: «Cara mia, con tutti i bravi ragazzi che mi chiedono di trovargli un lavoro, come posso pensare al tuo? In fin dei conti tuo figlio ha sbagliato…»
Neppure stavolta mi sono sorpresa. La Chiesa cattolica, che anche in questa circostanza scopro in tutta la sua crudeltà, predica la pena eterna. Le fiamme infinite dell’inferno. L’impossibilità di sfuggire al Maligno, quando Dio o il magistrato ritengono ti abbia afferrato per giusta causa. Del resto proprio stamane il capo di questa Chiesa ci ha fatto sapere, alla televisione di uno Stato sedicente laico cui mi tocca pagare il canone, di essere amareggiato per coloro che non possono andare in ferie. Un rammarico che la dice lunga sulle priorità pastorali del papa.

 

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